Come Funziona la Tassazione delle Criptovalute in Italia

Le criptovalute, dopo un lungo periodo di latenza, dal 2009 hanno cominciato la loro crescita inarrestabile con una rapidità che ha destabilizzato molti sistemi economici, anche per via dell’estrema variabilità del cambio e alla difficoltà di tracciamento dei traffici collegati. Se da un lato i sistemi per gestirle, comprarle e venderle sono ben noti, dall’altro in molti paesi del mondo compresa l’Italia ci sono imbarazzanti lacune dal punto di vista della tassazione e fiscali. C’è un incertezza che è dovuta alla quasi totale assenza di una legge che ne regoli la dichiarazione e il calcolo delle imposte, e non è neanche ben chiaro quali siano le tasse che vanno applicate su questo tipo di bene. Attualmente c’è una disciplina piuttosto complessa e nebulosa che interessa chi possiede criptovalute ed è l’unica a cui si può far riferimento. Cerchiamo di fare chiarezza.

Cosa Dice la Legge

Visto che attualmente acquistare e vendere con portafogli digitali, i cosiddetti wallet, le criptovalute, oppure effettuare scambi con piattaforme digitali di exchange è un’attività tutto sommato alla portata di chiunque, il mercato dal 2009 è cresciuto a dismisura. Il problema più grande è che buona parte dei siti che si occupano di criptovalute ha sede all’estero, con intermediari che non hanno una comunicazione diretta con il nostro sistema fiscale e non rientrano nella categoria dei sostituti d’imposta. Riassumendo molto, nella maggior parte dei casi le tasse sulle criptovalute sono a carico del privato, che utilizzando un exchange che non funge da sostituto d’imposta deve capire autonomamente come dichiararle.

Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Germania hanno delle normative più chiare per il pagamento delle tasse sulle criptovalute, mentre in Italia la materia è estremamente lacunosa e frammentaria, perché non c’è una legge unica di riferimento. Per la tassazione ci si può soltanto riferire alle sentenze dei Tribunali e interpelli dell’Agenzia delle Entrate, tra l’altro soltanto per uffici locali, con risposte a volte in conflitto fra loro. Per un piccolo investitore questo è un grosso problema, perché si trova di fronte a irregolarità senza volerlo e senza neanche saperlo, con un’enorme difficoltà a capire come porre rimedio.

Secondo la normativa vigente al momento per l’Agenzia delle Entrate le criptovalute sono assimilate ad un investimento effettuato su una valuta estera con regolare corso legale. Quando si compila la dichiarazione dei redditi, è necessario indicarle nel quadro per il monitoraggio fiscale di investimenti esteri e per le attività finanziarie svolte fuori dal suolo nazionale, con la clausola della suscettibilità di produzione del reddito imponibile in Italia. Nello specifico si tratta del quadro RW che si trova nel modello redditi PF. Il contribuente è tenuto a riportare nella colonna 3 del Rigo RW1 l’ammontare di criptovalute in suo possesso, con il codice 14 che regolamenta le valute virtuali e le altre attività di natura finanziaria all’estero. Si tratta quindi di un semplice adempimento formale all’Agenzia delle Entrate e senza necessità di pagare nessuna tassa.

Tassazione Criptovalute
Come Funziona la Tassazione delle Criptovalute in Italia

Come e Quando Dichiarne il Possesso

Il possesso di criptovalute, in linea generale, va sempre dichiarato. Nel quadro RW si trattano le attività patrimoniali estere dei contribuenti italiani e quindi è necessario dichiarare tutte le criptovalute di cui si è in possesso. Su queste la tassazione avverrà solamente nel momento in cui avviene un profitto in seguito alla vendita e allo scambio. Vediamo ora a quanto ammontano le tasse.

A Quanto Ammontano le Tasse sulle Criptovalute

Il fisco italiano è interessato a due dati principali cioè il valore equivalente delle criptovalute e il pagamento delle tasse al momento della generazione della plusvalenza. In sostanza c’è una tassazione del 26% sui guadagni generati, quindi sulla plusvalenza, ma soltanto se la cifra è superiore a 51645,69 euro. Inoltre le plusvalenze tassabili devono essere rimaste nel portafoglio virtuale per un periodo superiore a 7 giorni, stabilito dall’articolo 67 del DPR n 917/86.

La normativa, inoltre, prevede per consuetudine, che il valore delle criptovalute debba essere calcolato con un controvalore in euro al 1° gennaio dell’anno in cui avviene la tassazione, basandosi sul valore riportato sul sito che ha gestito l’investimento e nel caso in cui la plusvalenza superi la soglia riportata deve essere inserita nel riquadro RT, che si trova nella sezione II ed è relativo alle plusvalenze di origine finanziaria.

I Punti Ancora da Chiarire nella Disciplina

Ci sono delle linee guida su come e quando pagare le tasse sulle criptovalute e come dichiararle, ma siccome in Italia sono considerate come un semplice investimento ci sono molte lacune per incompatibilità tra la natura stessa della generazione dei capitali, con il commercio delle cripto e gli investimenti tradizionali. Infatti i contribuenti potrebbero teoricamente tenere le loro somme all’interno del wallet senza investire, lasciandole praticamente come una quantità passiva.

Inoltre non c’è una soglia minima per la criptovaluta da riportare nel quadro RW, anche se in teoria sarebbe sottinteso che qualsiasi cifra deve essere riportata. Quindi in sostanza anche chi è un investitore molto piccolo dovrebbe riportare i dati, perché il rischio è quello di essere segnalati per irregolarità.

L’elemento più problematico è il fatto che la dichiarazione è retroattiva, quindi anche se ci sono stati movimenti criptovalute in passato non dichiarati devono essere riportati ed è necessario un ravvedimento operoso, con un pagamento delle sanzioni relative ogni anno di mancata segnalazione. Va da sé che in tanti casi, soprattutto per chi ha voluto semplicemente provare, la spesa da sostenere potrebbe diventare davvero molto pesante rispetto alle entrate ottenute teoricamente.

In generale visto che la normativa è lacunosa e non costruita su questo tipo di prodotto, per chiunque è sempre un passaggio necessario una consultazione con un buon commercialista esperto in materia, per riuscire a capire se ci sono rischi di dover pagare more e prendere provvedimenti.

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